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18 febbraio 2013

Solo un contenitore

 “Ascent”, non è un nuovo blog ( ce ne sono già tanti) ma uno scaffale, una specie di piccola biblioteca dove potrò ordinatamente raccogliere e studiare, io, non ebreo, sionista convinto (dicono che nel nome è il destino!), articoli e scritti che approfondiscono storia, aspetti, problemi di questa nazione tormentata e meravigliosa che è Israele.

 Si tratta di note, appunti, trascrizioni di articoli che conservo sparsi qua e là e che desidero riporre in questo comodo contenitore prima che si perdano nel gran mare delle pagine pubblicate ogni giorno sul web. 

E come meglio iniziare se non con questo studio sul sionismo del prof. Volli?

  

   


Al di là della crisi del kibbutz e della sua ripresa, il sionismo è il legame vivo del popolo ebraico con lo Stato di Israele.
di Ugo Volli


I kibbutzim sono stati certamente uno dei simboli del sionismo nel secolo scorso e una delle sue invenzioni di maggior successo, delle fonti più vive della sua forza. Ma non sono mai stati il cuore della sua identità, il centro del suo progetto. Sono stati un mezzo, non un fine. Lo si vede chiaramente dalla storia. Il primo kibbutz, Deganià alef, fu fondato nel 1909 e divenne operativo due anni dopo, quando Theodor Herzl era morto da sette anni e l’Organizzazione Sionistica Mondiale stava celebrando il suo decimo congresso. Fu più un’invenzione utopistica che la realizzazione di un’ideologia. Nel progetto sionista non era sancita alcuna specifica forma di organizzazione socioeconomica e anzi ne era scontata la pluralità.
Se si legge il romanzo/testamento programmatico di Herzl, Altneuland (“Vecchia terra nuova”, appena tradotto da Biblioteca Aretina), vi si trovano ampie descrizioni di un’organizzazione cooperativa dello Stato e della proprietà, ed è esplicitamente rifiutato il collettivismo che sarà caratteristico dei kibbutzim. Quel che pensava Herzl semmai somigliava ai moshavim, anch’essi ben successivi alle origini del sionismo, dato che il primo di essi, Nahalal, fu realizzato solo nel 1921.

Non è giusto dunque identificare le origini del sionismo con i kibbutzim. Né sarebbe giusto confondere la crisi degli ultimi decenni e forse la mutazione e rinascita degli ultimi anni con il destino attuale del sionismo. Per citare una voce che certo non può essere sospetta di estremismo, quella di A.B. Yehoshua, che in uno scritto del 2003 ha sostenuto: “fino alla creazione dello Stato d’Israele, un sionista era definito come ‘qualcuno... che vuole stabilire uno stato ebraico in Eretz Israel’.[...] Ci sono stati sionisti che erano socialisti, religiosi, borghesi, o nazionalisti.
Ciascuno di loro aveva il proprio sogno e la propria ideologia”. Nei nostri termini, sionismo dei kibbutzim, dei moshavim, dei villaggi religiosi, delle città “borghesi”. Conseguenza di questa definizione, secondo lo scrittore è però che “una volta stabilito tale stato si sarebbe potuto dire che il sionismo era ‘finito’ avendo compiuto la sua missione. Lo scalatore cessa di essere tale una volta raggiunta la vetta; la definizione quindi doveva essere cambiata”.

Bisogna però respingere quest’idea, perché la costruzione dello Stato non è un evento sportivo, ma una condizione politica in cui è essenziale la sicurezza: già il primo congresso dell’organizzazione sionistica a Basilea nel 1897 fissava l’obiettivo di “una patria del popolo ebraico in Palestina sicura sotto la legge internazionale”. E la sicurezza internazionale per Israele non vi è mai stata e non vi è nemmeno oggi, per le ragioni che sappiamo. Ma Yehoshua continua con una considerazione interessante e condivisibile: dopo il 1948 “sionista è chi accetta il principio secondo cui lo Stato di Israele appartiene non solo ai suoi cittadini, ma anche a tutto il popolo ebraico”. Accettandola, comprendiamo che sul piano ideale il sionismo non si è affatto concluso nel ‘48.
Esso conserva ancora oggi un senso e degli obiettivi molto precisi. Da un lato esso ha lo scopo di difendere la sicurezza di Israele dalle aggressioni politiche, militari, diplomatiche, terroristiche che si rinnovano continuamente. Dall’altro il sionismo consiste nel porre un legame assolutamente unico di appoggio e difesa reciproca fra popolo ebraico e Stato di Israele.

Se si pensa che oggi, a quasi sessantacinque anni dalla fondazione dello Stato si è ormai vicini ad avere per la prima volta da duemila anni la maggioranza degli ebrei residenti in Israele si capisce la vitalità del progetto sionista, la sua forza storica. I due aspetti individuati da Yehoshua, più il terzo, che si ritrova in molte altre definizioni del sionismo, cioè la difesa attiva dall’antisemitismo, sono dunque ancora un compito per noi, per tutto il popolo ebraico, al di là delle ideologie.
Il sogno non è compiuto, non ancora. Se lo vorremo, come diceva Herzl, se sapremo volerlo, se continueremo a volerlo, cesserà del tutto di essere un sogno: continueremo ad assicurare la sicurezza di Israele, naturalmente per l’azione politica e militare dello Stato, ma anche per la mobilitazione, l’appoggio morale e di opinione della diaspora; per l’impegno e per la scelta di “salire” a vivere in Israele, che è ancora un desiderio e una salvezza per molti.

Se lo vorremo, contrasteremo insieme a Israele l’antisemitismo, che subito dopo la terribile esplosione della Shoà sembrò acquietarsi, almeno nei paesi europei più avanzati, poi parve contrapporsi solo allo Stato ebraico, ma ora si rivolge contro i singoli ebrei, si oppone anche alle pratiche ebraiche come la circoncisione e la preparazione della carne secondo le regole ebraiche, senza smettere di odiare Israele e di combatterlo aspramente.

Bisognerà aver chiaro e far capire a tutti che l’odio antiebraico che si sta accendendo di nuovo in Europa e naturalmente nel mondo islamico e altrove non è causato dalla innocente “opposizione alle politiche” dello Stato di Israele.
Al contrario, l’odio per Israele viene da quello per gli ebrei, è antisemitismo. Non fosse che a causa di questa identità, il sionismo continua ad essere essenziale: proprio per il fatto che lo Stato di Israele non è semplicemente degli israeliani, ma di tutto il popolo ebraico, è nato per ridarci la nostra patria e lo è per tutti gli ebrei, che ci abitino o no, che ne abbiano o meno il passaporto.

Questo significa fra l’altro che noi ebrei della diaspora abbiamo degli obblighi nei suoi confronti, che è stupido e ipocrita cedere alla tentazione, spesso alla richiesta pressante dei nostri nemici, di dissociarci dal “governo” o dalle “politiche” più o meno “colonialiste, imperialiste, guerrafondaie” dello Stato di Israele. Liberi tutti di discutere e di partecipare alla democrazia israeliana nei modi che sono possibili (il voto per i cittadini, l’opinione per chi non ha scelto la cittadinanza), resta caratteristico del sionismo il senso di una lealtà profonda, il senso di una protezione e l’impegno a una partecipazione, insomma un’appartenenza collettiva che contraddistingue il popolo di Israele fin dai tempi in cui si costituì durante il primo rientro nella terra destinata, quello di Mosé.

A queste condizioni, dentro questo progetto, il sionismo non solo ha senso, ma è la scelta storica collettiva perseguita dal popolo ebraico nell’ultimo secolo.
I kibbutzim, i moshavim, le politiche economiche e sociali che si sono succedute nei decenni, il primato dell’agricoltura e poi quello dell’industria di base e poi delle start-up, la fascinazione per il socialismo e poi per il venture capital e le nuove tecnologie, le grandi alleanze internazionali, le diverse forze politiche che si sono alternate al governo del paese: tutte queste cose fanno parte dell’ambito importantissimo dei mezzi. Ma il sionismo riguarda i fini, l’identità collettiva.

Non è una montagna da scalare e poi da abbandonare, come implica Yehoshua. Salvo che quella montagna sia in noi stessi, la montagna della nostra realizzazione collettiva, il nostro modo contemporaneo per “salire”.
Ugo Volli



 

 




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